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Rifugio Bergamo (Grasleitenhütte) – mt. 2.134, Catinaccio, Dolomiti

Quest’estate ho avuto la possibilità di vivere un’esperienza nuova.
Trekking. In mezzo a dei paesaggi da spezzare il fiato.
Ho potuto sentire il mio sangue scorrere da capo a piedi e ho usato le mani, le mani, non per pigiare dei tasti, ma per tenermi ben attaccata alla roccia che lasciava intravedere “l’orrido” sotto di me. E’ così istintivo e primordiale da far impazzire il cuore di una gioia quasi dimenticata.
Ho usato i miei piedi, la mia sola forza di volontà per vivere chilometri di terreno. Solo io e la mia fatica. Ogni mattina ho deciso di alzarmi e non tornare indietro, ma di scoprire un percorso nuovo con chissà quali incognite per una novellina. Il confronto con sé stessi, con i compagni di viaggio, con gli sconosciuti, anche loro lassù, alla ricerca.

E poi lei. La Natura. Silenziosa e rumorosa allo stesso tempo (il fruscìo costante tra gli alberi, i tuoni della tempesta, il muggito delle mucche al pascolo, l’acqua), pare che ti segua con lo sguardo mentre sali, arrampichi, sbuffi o ti soffermi a osservare un fiore. E ti fa capitare tra i piedi i piccoli fiorellini che si coprono di peluria per il freddo, oppure ti fa cadere l’occhio su quel piccolo insetto che in un altro contesto non ruberebbe più di tre secondi della tua attenzione. Le rocce rosse, azzurre e bianco brillante. Le montagne, poi, che svettano come amiche di vecchia data sedute assieme e godono del tempo che passa, che stanno come lucertole in un bagno di sole e che rivelano le loro rughe. I loro anfratti più ascosi si svelano al cielo e alle formichine, noi, che le attraversano. Ma non siamo profani.

No.

Siamo una cosa sola con le montagne, come lo sono i camosci che saltano tra le rocce, le marmotte che scavano le proprie tane.

Quando sei quasi in fondo, volgi lo sguardo dietro di te e vedi le amiche che hai attraversato voltate di spalle. Gelosamente custodisci ciò che ti hanno raccontato in silenzio, sazia di quei racconti vai avanti sulla strada per casa, ma già senti il bisogno di tornare indietro. E più scendi a valle, più questo magnete che è la forza della vita e della purezza ti tira indietro, ogni passo che fai vorresti fosse in direzione contraria. Allora respiri profondamente, ladra di ciò che puoi ancora far tuo, di rumori, di ossigeno, di colori, cercando di custodirli e metterli in cassaforte per quando quei luoghi saranno così irraggiungibili.

Quando arrivi a valle vuoi solo raccontare, trasmettere. Ma solo dopo esserti dissetata con una buona birra e aver smesso di ansimare.

Allora incominci a progettare il prossimo ritorno.