Il giovane, in quei giorni, era assediato da preoccupazioni e pensieri riguardo al proprio lavoro. Quanto gli era stato richiesto, ossia lo stilare una relazione sui risultati di un esperimento e il correggere la bozza della sua modesta parte di un articolo scientifico, lo aveva mandato letteralmente in blocco. Non era più in grado di scrivere una riga che fosse una, o correggere una semplice equazione, senza percepire un insopportabile scoramento e, conseguentemente, rivolgere l’attenzione ad altro.
Questo circolo vizioso lo portò in breve tempo a uno stato semi-vegetativo in cui gli unici movimenti e pensieri appartenevano al collaudato schema dell’abitudine, e questo non fece che peggiorare le cose.
Non si presentò in laboratorio per giorni, rimanendo in soggiorno a pensare e pensare, o, almeno, a tentare di farlo. I suoi tentativi di raggiungere uno stadio di comprensione accettabile del suo lavoro furono vani. Gli mancavano la capacità di sintesi e una memoria allenata, qualità imprescindibili per essere conclusivi nel lavoro. Tuttavia, egli vedeva quelle mancanze solo come mere conseguenze della grande svogliatezza che lo caratterizzava. Era piuttosto sicuro che in un contesto diverso avrebbe potuto dedicarsi alle proprie attività con più trasporto ed entusiasmo, e che il suo stato mentale sarebbe cambiato.

Il giovane si stava rendendo conto che di giovane gli era rimasto ben poco, e che avrebbe dovuto provare a dare una svolta alla propria esistenza accettando le sue responsabilità con spirito nuovo. Provò a guardare il mondo da diverse angolazioni, ma questo non servì. Approfondire la propria conoscenza dei sistemi filosofici più svariati e pittoreschi non lo aiutò a raggiungere l’illuminazione/coscienza di sé/presenza. Rispolverare testi sacri da tempo dimenticati non lo portò ad altro che a confermare la propria disillusione di agnostico, anche se non abbastanza ardito per definirsi ateo. Provò addirittura con l’impegno politico di base, ma si dovette ricredere molto, molto presto. Non faceva per lui tentare di convincere i suoi interlocutori che la scelta fra il trasporto su gomma e quello su rotaia non potesse prevedere un no secco ad entrambe le opzioni, a meno di essere appassionati di equitazione.

Gli serviva qualche cosa di diverso, per rimettersi in moto a pieno regime. Gli serviva una intima speranza per il proprio futuro, che non prevedesse l’emigrazione. Questa speranza si affievoliva ogni giorno, osservando la povertà materiale e d’animo dilagare per le strade, come un fiume invisibile. Un ubriaco che parlava da solo, un uomo che cercava cibo in un cassonetto, un’anziana schiava del videopoker, un libro sul consumo dilagante di cocaina nelle città, un mendicante sporco e dagli occhi vuoti.

Di fronte a questi e mille altri indizi sulla natura vana degli sforzi umani rispetto allo schiacciasassi della vita, la sua speranza si era ormai svuotata, e solo il pensiero delle persone a lui veramente care gli permetteva di resistere e continuare a lottare, come fa un cane randagio in cerca di cibo.