Mornin Sun – Edward Hopper

Lo studente di medicina entrò lentamente e con estrema sicurezza nella bianca camera d’ospedale: procedeva con passo impettito verso il letto del paziente, forse a causa del camice pulito che indossava e lo faceva risaltare nella penombra della stanza. Fuori dalla finestra il sole stava sorgendo e tingeva d’oro i tetti delle case e così pure il mare, che sembrava fino a pochi istanti prima una nera lastra di ardesia.

Marco aveva preso il treno molto presto quella mattina; doveva essere infatti in corsia prima del giro visite per “ prendere i parametri “ : questi erano la pressione arteriosa, il battito cadiaco e la saturazione dell’emoglobina, che ai suoi occhi apparivano come una sorta di trinità fondamentale per valutare lo stato di salute dei pazienti. Si sentiva indubbiamente stanco, ma felice di essere coinvolto in un’attività pratica, dopo le infinite ore di studio passivo, trascorse a casa nei primi due anni di università.
“ Buongiorno signor Lamberti! “ disse educatamente all’anziano individuo sdraiato nel letto 4 “ sono venuto a misurarle i parametri “ continuò con un sorriso rassicurante. L’uomo girò il pallido volto verso lo studente e rimase qualche istante muto, fissandolo con i suoi piccoli occhi tondi e persi nel vuoto. “ Va bene “ rispose quindi il paziente con voce nasale e girò stancamente la testa verso la finestra, attratto dal trionfo di colori che si stava realizzando oltre il vetro sottile.

Marco effettuò il suo compito diligentemente e si sentì soddisfatto di quelle piccole e semplici misurazioni che aveva effettuato.
Stava infine togliendo il bracciale dello sfigmomanometro al signor Lamberti, quando questi, sempre girato verso la finestra, gli chiese: “ A cosa servono le cose che hai fatto? ”.
Marco rimase colpito dalla seppur semplice domanda e cominciò ad arrovellarsi nella sua mente per cercare una risposta semplice e soddisfacente. Decise di lanciarsi in una spiegazione tecnica semplificata: “ Servono per misurar…” ma non fece in tempo a finire la parola, che quello si girò verso di lui, fissandolo con sguardo acceso, e lo incalzò dicendo: “ Dicono quanto tempo ancora vivrò?“.

Il ragazzo fu ammutolito dalla reazione inaspettata e appoggiò istintivamente una mano sulla spalla del paziente; aprì poi una fessura fra le labbra, che aveva serrato pochi istanti prima, ma senza pronunciare una parola: rimaneva come intontito a guardare l’uomo che gli stava sdraiato di fronte e che a sua volta lo penetrava con occhi sbiaditi e allo stesso tempo vivi.
Gli stessi occhi che si fecero tristi e guardarono poi fuori dalla finestra.

Come perso in un sogno il signor Lamberti disse allora : “ Non esiste medicina migliore della libertà “.