La pioggia, la notte e la strada: unica compagnia maschile un amaro sigaro toscano, che penzolava dalle labbra stanche e bagnate.
Giulio aspirava avidamende quel fumo, come partorito dalle foglie di tabacco essiccato, che si confondeva con il vapore acqueo uscito dalla sua bocca. Quasi gli pareva che fossero i suoi pensieri a perdersi nell’aria di una notte di inizio febbraio. Non sentiva freddo e le luci dei lampioni scaldavano il suo cuore inquieto, mentre la mente cercava una luce che potesse dare un senso a una situazione come quella: camminava da solo, sotto un ombrello, raccogliendo le immagini che gli passavano per la testa e  venivano proiettate davanti ai suoi occhi. Si trattava di un cinema alquanto particolare e per certi versi bizzarro: l’ultimo esame dato, il sorriso di Francesca, le litigate furibonde con i suoi genitori, spezzoni del film Easy Rider…come colonna sonora “ Raining In Baltimore “ dei Counting Crows. Un turbinio di sensazioni, percezioni e intuizioni lo rendevano presente e assente allo stesso tempo. I fari delle auto lo trasformavano in una pallida sagoma nell’oscurità.

Giulio voleva dare una svolta alla sua vita, esistenza che amava definire umoristicamente “ in pausa “ o meglio in standby da ormai mesi; sei per l’esattezza. Si torturava nella ricerca di una soluzione, facendo interminabili liste di cose da fare per migliorare se stesso, miste a intenzioni irrealizzabili. La depressione che l’aveva colpito infatti non lo privava di spirito critico nei confronti delle proprie azioni e sapeva che la sua inerzia era velenosa, quanto letale: provava un’apatia diffusa nei confronti delle sue passioni, mista a paura e sconforto per il futuro incerto. Eppure egli era stato felice una volta…ma quanto tempo fa? Si sentiva infatti prigioniero di quella realtà borghese e perbenista dov’era nato e cresciuto. Molto spesso l’educazione è pura formalità ed etichetta di valori imposti, ma mai sentiti propri: un’ipocrisia che accontenta il regime della società, senza dare spazio alle aspirazioni dell’individuo.

Giulio non era sicuramente figlio di questa realtà, di un mondo che metteva tutti in riga e indottrinava al dovere, al lavoro, alla ricerca di una posizione e sopprattutto al guadagno…già perchè i soldi non fanno la felicità, ma sono sempre l’argomento principe sulla bocca di ogni persona. I suoi genitori volevano per lui un’avvenire stabile, che corrispondesse ad un lavoro lautamente retribuito e sicuro, magari anche ad una famiglia. Non aveva mai sentito pronunciare loro le parole come “ soddisfazione “ , “ crescita personale “, “ creatività “, “ pace interiore “ e “ realizzazione “. La felicità sembrava essere la doverosa conseguenza di una vita di sforzi e sacrifici, nonchè dono del dio denaro.
Giulio disprezzava tutto questo e non riusciva a vivere in sintonia con se stesso, chiuso in un ambiente dove respirava aria stantia : pensava alle letture filosofiche che faceva al liceo, quelle sulla imperturbabilità del saggio e che ormai gli sembravano lontane. Perchè vi è un abisso fra il credere che qualcosa sia giusto e sentirlo tale…e che cos’era giusto per la sua vita?
Emerse allora dall’abisso della memoria una frase di Marco Aurelio:

Scava dentro. Dentro è la fonte del bene, che sempre ha potere di sgorgare, a condizione che tu sempre scavi.

” A condizione che tu sempre scavi “…questa frase cominciò a echeggiare nella testa di Giulio, fino a diventare un roboante frastuono, ancora più forte dello scroscio di pioggia che lo stava investendo e bagnando completamente.

Si accorse che il sigaro era spento e che lui fissava intontito una pozza d’acqua, in cui non riusciva a vedersi riflesso a causa delle abbondanti gocce che cadevano dal cielo. La coprì con l’ombrello e vide finalmente il suo volto illuminato da un sorriso.
Tornò a casa e si coricò senza pensieri. L’indomani si alzò privo di intenzioni e fu quello il giorno in cui cominciò realmente a costruire se stesso. Giulio fece la valigia, scrisse poche scarne parole su di un foglio e uscì di casa per correre incontro al suo presente: né passato, né futuro potevano spegnere il fuoco vitale che ora gli ardeva dentro.